Baiazet (Luigi de Rossi)

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  • CPDL #11383:  IMSLP1.png
Editor: Jolando Scarpa (submitted 2006-04-03).   Score information: A4, 19 pages, 388 kB   Copyright: Personal
Edition notes:

General Information

Title: Baiazet
Composer: Luigi de Rossi

Number of voices: 3vv   Voicing: SSS
Genre: SecularCantata

Language: Italian
Instruments: Basso continuo

First published:

Description:

External websites:

Original text and translations

Italian.png Italian text

Rugge quasi Leon ch'abbi la febre.
Bestemia il Ciel e langue sconfitto dal sospir l'empio Ararat.
De le sue rotte genti i due Germani suoi crudel incolpa.
Dice con fieri accenti à un Tartaro Pascià:
Và cinto di Opai, e pria che giunga ad oscurarsi il dì fà morir Baiazet, e Mustafà.

Barbara ferità.
Già stretto il pié di rea Catena, e forte del gransangue Ottoman il doppio germe attendè la morte,
mà pria che pieghi la Real cervice
Mustafà leva i lumi, e così dice. #

Mustafà:
Ò fortunati
Voi che in fera guerra sù la nemica terra
sotto lancia Circassa, ò Persa spada cadeste morti sì, mà non già vinti, non da un fratel, mà da un nemico estinti.
Numi del Turco impero all'hor, che sarò morto
fate fede al mio Rè ch'io moro à torto.
E se dispiace à Lui che in vita stia,
mia giovinetta età mora pur Mustafà.

Deh mora, e se frà voi pietosi amici,
alcun del mio morir prova cordoglio
a miei funesti prieghi l'ultimo dono ahi per pietà non nieghi.
Del l'infelice mia Genitrice
deh consoli le pene, e plachi il duolo.
Oh Dio qual sentirà l'aspra novella di me che più,
che se medesma amò.
Mà che dich'io chi consolar la può
Vedova infortunata di me suo figlio priva,
Ah non restarà viva, che piaga sì crudel non soffrirà.
Ahi che la misera s'ucciderà.

Choro à 3
Ò Ci, come il consenti.
Dar morte a gl'innocenti. Chi non muove à pietà.


Testo
Al suon di questa voce,
il Turco più feroce, e 'l Tartaro più fiero lacrimò
ma, che prò, se nel tiranno reo pietà non è,
ne sente l'empio ohimè,
Baiazet infelice che solleva la fronte, e così dice.

Baiazet
Dite voi, che miraste la sanguinosa e sfortunata pugna.
Parlino i Cavaglier, parli la Plebe, parlino i bianchi popoli, et i neri.
Dican se questa mano, co'i nemici pugnò col fato,
sin ch'ebbe forza à sostener la spada.
Ecco il petto, ecco il fianco,
che di cento ferite è ancora infermo.
Stillano ancor le cicatrici il sangue,
altre colpe non hò se non son queste,
e se colpa non è l'esser esangue
per servir bene il suo fratello, e Rè.
Troppo dura mercè, il mio servir avrà s'egli morir mi fà.

Testo
Di donneschi ululati, e d'alte strida, mentr'ei dice così l'aer rimbomba,
e sparsa il crine,
e lagrimosa il volto, del gentil Baiazet sposa novella,
Daraida bella in furiosi passi rompe la turba spettatrice,
e'l piede conduce là ch'incatenato il vede.
Provò mille passioni in un sol punto, e ben mille querelle volea dir in un fiato
e non potè.
Ch'il duol feroce chiuse la voce,
e lasciò proferir sol'ohimè.
Disse ohimè, ne vi fù
Gianizzero, o Ipagi, Agà, ne Capigi ch'il pianto trattener potesse più.
Il più fiero Chiaus ne lagrimò.
Mà che prò, se nel tiranno reo pietà non v'è,
ne sente il fiero ohimè Baiazet che rivolto parla à la Turca
in lacrimoso volto.

Baiazet
Amica, ed à che vieni à mirar scena si ria.
Io moro, e qui mi sia vindice s'io pur men to il Ciel supremo.
Che mi duole il morir sol per tuo Amore.
Ecco, ch'à mio mal grado, sù gl'occhi il pianto mi distilla il Core,
soffro la morte mia col ciglio asciuto,
mà lagrimar per te non prendo à sdegno,
prend'il mio pianto in segno precursor del mio sangue,
che sol Daraida à gli occhi miei fù bella.
Più numerosi e più felici gl'anni io bramai viver teco,
il Ciel il vieta, e poderoso scettro,
tù co'l voler del Ciel saggia l'acquetta,
dà quel petto ch'amai più che me stesso,
la memoria di mè, deh non si parta,
ch'affatto non sarò di vita privo
s'in te, che tanto a mai restarò vivo.
I brevi giorni miei tronchi dal ferro,
se non ti dier di me figli che poi a tuoi vedovi dì sian di sostegno,
non accusar la sorte, ch'almen frà lor tù non potrai vedere, che al fratello il fratel doni la morte.
E se misera sposa ogn'un ti dice, non ti sapran poi dir madre infelice.
Deh se m'amasti, e m'ami
non dar risposta à i miei dogliosi accenti, che non potrò soffrir tanto cordoglio.
Ciò che vuoi dir, ciò che puoi dire io 'l sò, io per tè lo dirò
Dirlo mi sia concesso, pur ch'il mio duolo e'l tuo provo in me stesso.
Tù perdi Baiazet fuor di ragione ucciso,
egli è da te diviso, e si divide l'alma dal tuo bel seno.
Resti vedova, e sola, senza chi ti consigli ò ti difenda,
esposta à ogni disprezzo, e ad'ogni danno in man d'un reo tiranno,
Da raida, è vero io'l sò.
Provo più che dime di te pietà mà rimedio il morir sai che non hà.

Choro à 3
Ò Ciel, come il consenti
dar morte à gl'innocenti.
Chi non muove à pietà.

Testo
Qui tacque Baiazet, ne Mustafà parlò,
Daraida tramortì,
dal più rigido ciglio il pianto scaturì.
Ciò che poscia seguì opra fù d'un crudel Barbaro atroce.

Choro à 3
Ah lo narri per noi barbara voce.